Non chiedermi congedo se sconfino dove i luoghi non hanno ancora un nome, e il ronzio soave del mare mi scava il petto con il sale dei venti.
È un furto, il mio: un grammo di luce nel vuoto. Esigo l’amore che non sia stato ferito e la parte di sole che il destino non ha inciso.
Con mano distratta e bilance truccate l’Architetto divideva i suoi regni; io imparavo a leggere il buio, cercare la luce dove non c’è il giorno.
Col passo deciso, nell’argento lunare, eredito un’aria che morde la pelle all’alba. Mi culla il sogno che frizza nell’aria.
Perdonami, se mi permetto di sognare.

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